Due Americhe
Michelle Obama si prende cura del proverbiale orto della Casa Bianca, invita spesso pacifiche orde di bambini normopeso a darle manforte e si fa fotografare sorridente mentre coglie i salutari tuberi che la terra offre. Loro, i bambini normopeso, mentre zappano sognano cookie burrosi e altre cose molto nocive, e si ricordano quella volta in cui Barack Obama, il marito dell’ortolana, nel clima gioviale della cena dei corrispondenti della Casa Bianca ha raccontato di aver portato ai bambini “sacchi pieni di dolci, e Michelle li ha strappati via dalle loro piccole mani”
5 AGO 20

Michelle Obama si prende cura del proverbiale orto della Casa Bianca, invita spesso pacifiche orde di bambini normopeso a darle manforte e si fa fotografare sorridente mentre coglie i salutari tuberi che la terra offre. Loro, i bambini normopeso, mentre zappano sognano cookie burrosi e altre cose molto nocive, e si ricordano quella volta in cui Barack Obama, il marito dell’ortolana, nel clima gioviale della cena dei corrispondenti della Casa Bianca ha raccontato di aver portato ai bambini “sacchi pieni di dolci, e Michelle li ha strappati via dalle loro piccole mani”. Il presidente scherzava, ma nemmeno troppo. Fra una rapa e un cetriolo si sorprendono a invidiare Liza Ryan, dieci anni, figlia del candidato vicepresidente dei repubblicani, una che la domenica mattina imbraccia il suo fucile Remington 700 in versione bambino e va con il padre per i boschi del Wisconsin a stanare cervi. “Sono anni che mi accompagna quando vado a caccia – ha detto Ryan – ma finalmente è pronta per sparare anche lei”. Lui preferisce la caccia con l’arco, pratica primordiale che ha solleticato la facile ironia dei commentatori italiani, ma è in compagnia di altri cinque milioni di americani che il fine settimana si presentano nel loro bosco di riferimento vestiti da Navy Seal con archi in stile Rambo e si acquattano aspettando la preda. Non serve andare nelle radure del Kansas per incontrare questi personaggi, basta guidare per venti minuti fuori da Washington o andare in autobus a City Island, nel Bronx, dove c’è un pub in cui “friggono tutto tranne i cocktail”, come dice l’agrodolce film con Andy Garcia.
Così, mentre Michelle e Barack gustano deliziosi sformati di cavolo, ricchi di antiossidanti, Paul e Liza se ne tornano a casa con un cervo o un paio di tacchini selvatici nel cassone del pick up, sperando che la nonna abbia già messo sul davanzale qualche apple pie. Quando il candidato ha presentato al mondo il suo running mate, questo ha detto che nelle sue vene “scorrono formaggio, salsicce, un po’ di Spotted Cow, di Leinie e di Miller”, misto di luppoli ultralocali e leggende da Bull Durham. I democratici sperano di brindare alla rielezione con la birra prodotta da Obama alla Casa Bianca, e nonostante il mormone Romney vada ad acqua minerale, anche nell’apparato gastronomico dei partiti si scorge il fossato culturale che separa due idee d’America, due mondi che condividono lo stesso territorio. E’ la “maggioranza silenziosa” che si scontra con la “minoranza rumorosa”, secondo una vecchia espressione rivitalizzata da John Fitzgerald Kennedy e che, per paradosso, ha fatto la fortuna di Richard Nixon e ora anima la resurrezione di Mitt Romney.
E’ anche questione di rock
C’è un’America che dalle coste preme verso l’entroterra, e un’altra America che in quell’entroterra ci sguazza, fiera di pensare male del centralismo di Washington e di appendere sulla staccionata il cartello “we don’t call 911”: non chiamiamo il numero per le emergenze, ce la caviamo per i fatti nostri. La campagna elettorale è cosparsa di riferimenti culturali opposti che illustrano due antropologie: c’è Lena Dunham, regista-attrice e attivista di ascendenza Nora Ephron, che spiega in uno spot elettorale che “la prima volta non devi farlo con il primo che capita, devi farlo con un grande” e giocando sulla linea del doppio senso invita quelli della sua generazione a votare Obama; ci sono Bruce Springsteen e Bill Clinton – icone della beautiful people che ha il vezzo di coltivare sentimenti rurali – che vanno in Ohio a cantare l’America profonda, associandosi a quel mondo chic che va da Scarlet Johansson a Beyoncé; dall’altra parte i Lynyrd Skynyrd spingono il southern rock più identitario per Romney mentre Dan Roberts, con bandiera americana e uno Stetson largo così trasforma “Mr. Sandman” in “Mr. Scam Man”, il signor truffatore, il presidente che aveva promesso un sogno dal quale mezza America vorrebbe svegliarsi in fretta.
E’ anche questione di rock
C’è un’America che dalle coste preme verso l’entroterra, e un’altra America che in quell’entroterra ci sguazza, fiera di pensare male del centralismo di Washington e di appendere sulla staccionata il cartello “we don’t call 911”: non chiamiamo il numero per le emergenze, ce la caviamo per i fatti nostri. La campagna elettorale è cosparsa di riferimenti culturali opposti che illustrano due antropologie: c’è Lena Dunham, regista-attrice e attivista di ascendenza Nora Ephron, che spiega in uno spot elettorale che “la prima volta non devi farlo con il primo che capita, devi farlo con un grande” e giocando sulla linea del doppio senso invita quelli della sua generazione a votare Obama; ci sono Bruce Springsteen e Bill Clinton – icone della beautiful people che ha il vezzo di coltivare sentimenti rurali – che vanno in Ohio a cantare l’America profonda, associandosi a quel mondo chic che va da Scarlet Johansson a Beyoncé; dall’altra parte i Lynyrd Skynyrd spingono il southern rock più identitario per Romney mentre Dan Roberts, con bandiera americana e uno Stetson largo così trasforma “Mr. Sandman” in “Mr. Scam Man”, il signor truffatore, il presidente che aveva promesso un sogno dal quale mezza America vorrebbe svegliarsi in fretta.
Dopo lo show della sedia vuota a Tampa, Clint Eastwood è tornato a far sentire quella voce che sembra provenire dalle viscere della terra per ricordare a tutti che l’America non può sopravvivere a un secondo mandato di Obama. Passano scorci di un porto con le gru che movimentano container, si vede Romney, rigorosamente senza cravatta, e infine compare il viso solcato del cantore cinematografico dell’immaginario repubblicano. Mitt Romney, accusato di essere un “country club republican” si accompagna alla leggenda del golf Jack Nicklaus, sicuro com’è che l’America a cui si rivolge sappia bene che chi si allena sullo swing a Martha’s Vineyard è il presidente, non lo sfidante.
Sui palchi di Romney ci sono Kid Rock e il vecchio Meat Loaf che parla di “nuvole che si stannoaddensando sopra l’America” e dice che “questa è l’elezione più importante della storia americana”.
Sui palchi di Romney ci sono Kid Rock e il vecchio Meat Loaf che parla di “nuvole che si stannoaddensando sopra l’America” e dice che “questa è l’elezione più importante della storia americana”.
Fanno il verso a Eddie Vedder e Jon Bon Jovi, e pazienza se Ryan è scivolato sui Rage Against the Machine: a lui, dice, Tom Morello e Zack de la Rocha piacevano parecchio, anche se cantavano “Sleep now in the fire” sui gradini di Wall Street in tempi non (troppo) sospetti e non predicavano né il verbo di Ayn Rand né quello di san Tommaso, i maestri che Ryan sfoggia a seconda delle circostanze. Morello non ha ricambiato la cortesia, ha detto che Ryan è parte del sistema che loro combattono; lui se n’è fatto una ragione e si è rivolto altrove, alla sua America piena di cervi da cacciare e tasse da abbassare. Non è soltanto un fatto di economia, di debito pubblico che si alza o si abbassa, ma di orizzonti antropologici che si scontrano attraverso i dettagli quotidiani e le scelte stilistiche. E’ la peacan pie contro il centrifugato di verdure, la salsiccia fatta in casa contro il finger food, il rock convenzionale contro i suoni grezzi che vengono dal sud, le aspettative di felicità per decreto presidenziale contro una pursuit of happines declinata al singolare.